Siamo servi inutili

Siamo servi inutili: abbiamo fatto quanto dovevamo fare, e forse anche malamente e imperfettamente, per cui lungi dall’attenderci chissà quale gratificazione, ringrazieremo il Signore per l’onore che ci ha dato e ci dà di lavorare per Lui e chiederemo perdono per quanto poco, imperfettamente e maldestramente lo facciamo.




Molto importante e molto attuale è il grande messaggio di fondo della ventisettesima domenica del tempo ordinario dell’anno C, incentrato fondamentalmente su due assi portanti: il primo, il controllo supremo, vigile e onnipotente che Dio ha su tutte le cose e il conseguente profondo spirito di fiducia e abbandono che occorre nutrire in Lui; il secondo, la necessità di operare e di spendersi quanto e come possiamo per la sua gloria e per il suo regno, nella consapevolezza - tuttavia - che nulla di ciò che noi facciamo è strettamente necessario o indispensabile. In altre parole, come amava ripetere sant’Ignazio di Loyola, “fa’ come se tutto dipendesse da te, ben sapendo che niente dipende da te”.

Il profeta Abdia esterna ed esplicita un grido accorato, una supplica, un’implorazione profonda a Dio perché intervenga in alcune situazioni drammatiche, dolorose, sconvolgenti: che metta la parola fine al dilagare della violenza, che faccia cessare i torrenti di iniquità, che intervenga dinanzi alle ingiuste oppressioni di ricchi e potenti dinanzi a chi non si può difendere, che faccia smettere snervanti e odiose liti e contese. Si tratta solo di alcune tra le situazioni che noi poveri mortali e peccatori vediamo e viviamo con grande dolore, subiamo contro la nostra volontà e rimaniamo talora esterrefatti dinanzi alla constatazione non solo dell’umana impotenza ma anche dall’apparente divina indifferenza dinanzi a tanto dolore. Sorge cupo, insidioso e sinistro il pensiero: “ma perché Dio lascia fare? Forse non è onnipotente? O addirittura non esiste?”. Dinanzi a questi umani pensieri (comprensibili, anche se non scevri da peccato), Dio risponde a modo suo: è fissato un termine, c’è una scadenza, Dio interverrà eccome, ma al tempo che Lui sa e nel modo che Lui sa. Cosa fare nel frattempo? Anzitutto confidare fermamente in Lui e non lasciare che la nostra fede sia messa in crisi e vacilli. Ma anche custodire e mantenere un animo retto, ossia, in altre parole, curare la propria santificazione, nella certezza che chi vive in comunione con Dio non può essere leso dal male e che la risposta più grande da opporre al male non è deprimersi e scoraggiarsi dinanzi al suo dilagare, ma continuare, senza stancarsi, a fare il bene, a cercare, per quanto si può, di vincere il male col bene, anzitutto in noi ed anche intorno a noi.

Nel Vangelo Gesù riprende e ampia quanto introdotto dalla prima lettura. Parla non solo di fiducia e abbandono, ma invita a praticare una fede eroica in nome della quale non esiste “scacco o difficoltà” che possa farla vacillare, ma che è anzi capace anche di superare ostacoli o situazioni di impasse apparentemente e razionalmente insormontabili. Gesù invita anche ad operare e a farlo con zelo e sollecitudine, sentendosi (come del resto siamo) servi dell’Altissimo e onorati di essere tali. Significative le immagini usate: dietro il servo che ara si può vedere l’immagine di ogni cristiano che lavora per la santificazione della propria anima, mentre chi va a pascolare il gregge allude evidentemente a coloro che hanno la funzione di curare la santificazione altrui, ossia i ministri ordinati. Il lavoro è indubbiamente da farsi, ma deve essere svolto senza cadere in due sottili tentazioni: la prima è quella di sentirsi dire “bravo” e riscuotere gratificazioni come se chissà cosa si fosse fatto; la seconda è quella di pensare che grazie al nostro lavoro, al nostro impegno e ai nostri sforzi si sia prodotto chissà quale risultato o si sia risolto chissà quale grande problema e che il tutto debba ascriversi a nostro merito. I servi degni di questo nome dicono: “Siamo servi inutili”, ossia non abbiamo risolto nessun grande problema, ma abbiamo semplicemente offerto il nostro piccolo e povero contributo alla Grazia divina perché, se crede, lo porti a compimento e ad effetto; “abbiamo fatto quanto dovevamo fare”, e forse anche malamente e imperfettamente, per cui lungi dall’attenderci chissà quale gratificazione, ringrazieremo il Signore per l’onore che ci ha dato e ci dà di lavorare per Lui e chiederemo perdono per quanto poco, imperfettamente e maldestramente lo facciamo. Se con questo spirito fossero affrontati gli innumerevoli problemi della vita e gli inevitabili momenti di prova e tribolazione (a tutti i livelli, personale e collettivo, umano ed ecclesiale) ci si angustierebbe molto meno e si gioverebbe (a noi e agli altri) molto, ma davvero molto di più.


Ventisettesima Domenica del Tempo ordinario Anno C, 6 Ottobre 2019

Letture: Ab 1,2-3; 2, 2-4; Sal 94; 2 Tm 1,6-8.13-14; Lc 17, 5-10



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