Sale della terra e luce del mondo

"Vera sapienza e santità delle opere sono i distintivi dei discepoli di Gesù"



Omelia di Don Leonardo M. Pompei, V Domenica del tempo ordinario, anno A
Letture: Is 58,7-10; Sal 111; 1 Cor 2,1-5; Mt 5,13-16

“Sale della terra e luce del mondo”. Sono queste le parole d’ordine di questa quinta domenica del tempo ordinario, che Gesù introduce e spiega solo in parte nel Vangelo, ma che sono assai bene sviluppate e chiarite nella prima e nella seconda lettura dell’odierna liturgia.
L’odierna pericope del Vangelo segue immediatamente la proclamazione delle beatitudini e si situa all’inizio di quel grande, lungo e splendido discorso di Gesù (detto “discorso della montagna”) che non senza ragione è stato definito da qualcuno la “magna charta” del Vangelo. In essa Gesù dà queste due splendide definizioni di ciò che devono essere i suoi discepoli: sale della terra, ossia ciò che dà senso e sapore a tutte le cose; luce del mondo, ossia ciò che dà luce e calore a tutto. San Tommaso d’Aquino soleva definire la sapienza come “sapida scientia”, ossia scienza “saporosa o saporita”, cioè capace di dare senso e spiegazione a tutte le cose, in particolare i più arcani e oscuri misteri della vita. L’odierna epistola contrappone all’eccellenza della parola e della sapienza umane, il mistero di Cristo crocifisso come punto cardine, focale e unico della predicazione di san Paolo, che volutamente rifuggiva da ogni forma di sapienza umana preferendo ad essa, la soprannaturale sapienza della croce, che oltre ad essere “potenza di Dio” (come viene caratterizzata nel brano di questa Domenica) è anche “sapienza di Dio” (come afferma l’Apostolo stesso nei passi immediatamente precedenti del primo capitolo della prima lettera ai Corinzi). Quindi l’essere sale della terra da parte dei discepoli di Gesù significa portare nel mondo la sapienza della Croce, ossia ciò che dà senso e risposta ad alcune delle più profonde domande esistenziali che l’uomo porta nel cuore: il senso e il perché della sofferenza, anche di quella innocente; la vera e profonda causa di essa, che è solo il peccato dell’uomo; il vero rimedio ad ogni sorta di male, che è appunto la sofferenza accolta, vissuta e offerta con amore sulle orme e sul modello di ciò che Gesù fece per noi. Una sapienza che è divina perché agli antipodi di quella umana, che fa della fuga dalla sofferenza e dal dolore uno dei principi ovvi e basilari dell’esistenza, appunto perché non ha la luce divina e soprannaturale che rifulge solo dal mistero della croce di Cristo.
Riguardo l’essere “luce del mondo” Gesù qualche spiegazione esplicita la dà. Si è luce quando si compiono “opere buone” destinate a splendere dinanzi agli uomini come fari che indicano, nella maniera più bella, efficace ed inequivocabile, dove sta il bene e dove sta il male. I discepoli di Gesù prima di parlare di bene o di male, offrono la testimonianza della santità, che con il suo chiarissimo bagliore è assai più eloquente dei pur doverosi discorsi e necessarie parole. La prima lettura, tuttavia, esplicita ulteriormente quanto detto da Gesù offrendo una piccola ed esemplificativa rassegna di alcune opere buone che il Signore richiede a chi deve far brillare la luce nelle tenebre: dividere il pane con l’affamato, introdurre in casa i senza tetto, vestire chi è nudo, senza trascurare le persone care; togliere dalle proprie abitudini di vita “il puntare il dito e il parlare empio”, non opprimere nessuno e consolare gli afflitti. Si tratta anzitutto di una serie di opere di misericordia spirituale e corporale, che danno spesso più gioia a chi le compie prima che a chi le riceve. Il “puntare il dito e il parlare empio” sono due comportamenti oggi molto diffusi (soprattutto dietro le tastiere dei computers per sproloquiare, offendere e parlare molto più che empiamente sui social networks) e a cui si fa ben poca attenzione. Chi ama stare sempre col dito puntato su colpe, peccati e difetti (veri e presunti) altrui non è “luce” né figlio della luce, ma collaboratore del principe delle tenebre; similmente chi parla in modo empio, infarcito di blasfemie e volgarità, produce coltri di pestilenziali tenebre, che ammorbano ambienti  e rapporti. Nulla di tutto questo sia nei discepoli di Gesù, la cui luce deve risplendere chiara in atteggiamenti di profondo rispetto per il prossimo perché sia data gloria a Dio, che tutti ama anche chi sbaglia e vive lontano da lui, che va aiutato con l’amore e il buon esempio e non distrutto con l’insulto, la diffamazione o la pubblica gogna.


Commenti

  1. È una omelia molto chiara e significativa , il sale secondo il mio parere non è altro che ricevere il dono del discernimento per distinguere il bene dal male, la luce ci illumina della grazia Divina.grazie Don Leonardo di questo che ci offre . Dio la benedica

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  2. È una omelia molto chiara e significativa , il sale secondo il mio parere non è altro che ricevere il dono del discernimento per distinguere il bene dal male, la luce ci illumina della grazia Divina.grazie Don Leonardo di questo che ci offre . Dio la benedica

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