Dov'è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore

"La fede è il patrimonio più prezioso che Dio ci ha dato e dovrebbe essere il tesoro più prezioso. Chi ha avuto il dono preziosissimo della fede divina e cattolica, di molto dovrà rispondere davanti all'Altissimo, perché a chi molto fu dato, molto sarà chiesto e a chi molto fu affidato sarà richiesto molto di più"



Omelia Diciannovesima Domenica del Tempo ordinario, anno C
Letture: Sap 18,3.6-9; Sal 32; Eb 11,1-2.8-19; Lc 12,32-48

Il grande tema della fede è il filo conduttore di tutte e tre le splendide letture di questa diciannovesima domenica del tempo ordinario.
Il popolo di Israele seppe credere, a suo tempo, alla profezia della “notte della liberazione” e vide i propri nemici essere puniti e sbaragliati dalla potenza di Dio e loro, suo popolo, salvati e glorificati dinanzi ad essi (prima lettura). 
Il Vangelo esordisce anzitutto con una grandissima verità di fede (e, per la verità, anche empirica): “dove è il vostro tesoro, là è anche il nostro cuore”. La fede ci insegna che ciò che davvero conta, ciò che è davvero prezioso, ciò che merita la nostra stima e la nostra lode non sono le fallaci ricchezze terrene, esposte al rischio continuo di essere derubate e foriere di tanti affanni. Ciò che conta davvero sono i beni eterni, per i quali un’ingente quantità di beni terreni costituisce intralcio e ostacolo e, sovente, è assai opportuno liberarsene del tutto per procedere spediti e senza zavorre nel cammino che porta alla vita eterna. È grande verità di fede anche che abbiamo ricevuto la vita in dono e di essa ne siamo “custodi responsabili”. La nostra anima è stata creata da Dio come un prodigio unico di splendore e alla nostra volontà e intelligenza è affidata perché possa presentarsi, a suo tempo, a Lui non solo integra nella sua bellezza, ma arricchita di tutto ciò che di buono abbiamo fatto nel tempo della nostra giornata terrena. Noi non sappiamo quando sarà l’ora di rendere l’anima a Dio; sappiamo solo che certamente quest’ora verrà. Chi vive nell’amicizia con Gesù non ha nulla da temere; chi invece, abusando del tempo e delle grazie ricevute sperpera malamente la vita, è bene che faccia qualche prudente considerazione, perché il padrone tornerà in un’ora impensata e chiederà severo conto a chi ha sciupato sciaguratamente del molto ricevuto dal Signore. E il castigo sarà tanto più severo quanto maggiori furono i doni ricevuti o le responsabilità che Dio aveva affidato.
L’epistola, infine, contiene una vera e propria “lectio magistralis” sulla fede. Dalla sua splendida definizione al suo compimento concreto in alcuni campioni della fede, di cui viene presentata solo una breve lista esemplificativa rispetto agli altri numerosi esempi proposti nell’undicesimo capitolo della lettera agli Ebrei. La fede, è dunque anzitutto “fondamento delle cose che si sperano”, ossia dà alla speranza i “contenuti” delle cose che ci attendono: il dono della salvezza e della grazia, il Paradiso, la vita eterna, la risurrezione della carne e altre verità di fede che formano l’oggetto di ciò che ci è lecito sperare. La fede è anche la “prova di ciò che non si vede”. Come diceva san Tommaso d’Aquino, infatti, tutte le verità di fede hanno come oggetto cose “inevidenti”, ossia “non evidenti”, non “provabili scientificamente”, “non visibili”, la cui autorevolezza si fonda solo sulla certezza di verità ed infallibilità di Colui che le ha rivelate, ossia l’Altissimo (pur essendo comunque in se stesse ragionevoli e quindi non contrarie alla sana e retta ragione). In forza di ciò, le verità di fede pur non essendo “scientificamente dimostrabili” possono e devono essere ritenute ancor più certe e sicure di quelle empiricamente incontrovertibili. Questa è la bellezza e la grandezza della fede divina e cattolica. Tale fede caratterizzò totalmente la vita di Abramo - giustamente chiamato nella preghiera eucaristica I (o Canone Romano) “nostro padre nella fede” - e quella di sua moglie Sara che con lui condivise la gioia di credere ciò che era umanamente incredibile. E così vissero tutti i grandi uomini di fede dell’Antico Testamento. Così deve essere la nostra fede: ferma, solida, sicura e soprattutto ben formata. La fede ci dà accesso al Cielo e alla via per arrivarci. Come dice san Paolo “il giusto vive di fede” (Gal 3,11; Rm 1,17), perché ad essa orienta tutta la propria esistenza e tutte le proprie scelte, come ogni discepolo di Gesù, figlio di Dio e della Chiesa, può e deve imparare a fare.

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