Insegnaci a contare i nostri giorni e acquisteremo un cuore saggio

Omelia diciottesima Domenica del tempo ordinario, anno C, 4 Agosto 2010

"La vita terrena è un soffio che rapidamente vola via. Pensiamo seriamente che dovremo lasciare tutto e che tutto perderemo (forse anche l'anima) se non siamo arricchiti davanti a Dio?...


Letture: Qo 1, 2; 2, 21-23; Sal 94; Col 3,1-5. 9-11; Lc 12,13-21

“Insegnaci a contare i nostri giorni e acquisteremo un cuore saggio”. Queste parole, tolte dal salmo responsoriale dell’odierna liturgia, descrivono splendidamente il grande e sapiente messaggio racchiuso in tutte e tre le splendide letture di questa diciottesima domenica del tempo ordinario. Ad esse fanno ecco altre splendide espressioni, sempre tratte dal Salmo 89: “mille anni, ai tuoi occhi, sono come il giorno di ieri che è passato”; e, sempre a proposito dei fugaci giorni della vita terrena, vi si legge anche: “sono come un sogno al mattino, come l’erba che germoglia: al mattino fiorisce e germoglia, alla sera è falciata e dissecca”.
Tutti gli uomini sanno, per evidente, ineluttabile e dolorosa esperienza che la vita terrena ha un termine; e chi comincia ad essere avanzato negli anni testimonia, sempre con la coscienza dell’esperienza vissuta, quanto sia vero che la vita è un soffio, passa rapidamente e si giunge al capolinea con l’impressione che è corsa rapida e veloce. Dinanzi a questo sorge imperiosa la domanda suscitata dal sano realismo del Qohelet (prima lettura): vale la pena lavorare e accumulare, faticare e riempirsi di preoccupazioni per dover un giorno lasciare tutto sulla terra? Papa Francesco tante volte ha ricordato ai fedeli il popolar proverbio secondo il quale “le bare non hanno le tasche”. Tante fatiche e affanni per far soldi e accumulare, al prezzo di dolori, fastidi e, non di rado, di notti insonni, valgono davvero la pena? Il Vangelo rincara ulteriormente la dose: oltre ad essere tutto ciò grande vanità (ossia cosa del tutto inutile, dato che è servita solo a godere di un po’ di benessere effimero e fugace a prezzo di tante fatiche e affanni), c’è un ulteriore problema: che chi accumula solo per sé in questa vita e non arricchisce davanti a Dio (in opere sante - elemosine comprese - e in ogni virtù), dovrà rendere a Lui conto di quel che ha fatto della vita avuta in dono; e se dovesse esserci qualche grosso problema, non solo perderà il godimento (presente e futuro) degli accumulati beni terreni, ma perderà anche la possibilità dei ben più grandi beni eterni, rischiando non solo di rimanere senza di essi, ma di dover patire (come - sempre nel Vangelo di Luca - Gesù ben spiega nella parabola del cosiddetto “ricco epulone”) gli eterni tormenti dell’inferno.
L’uomo ha ricevuto da Dio un’intelligenza e deve necessariamente porsi dinanzi a queste ovvie constatazioni e prendere delle scelte, andare in una certa direzione, assumersi ben precise responsabilità. A tutti - credenti o no, cattolici o meno, sedicenti atei o agnostici - Dio certamente chiederà: “figlio mio, hai riflettuto bene sulla fugacità della vita terrena? Ti sei mai seriamente chiesto se dopo c’è qualcosa e che cosa? E come si fa a raggiungere questo ‘qualcosa’? E che la vita è un soffio che vola e va incontro a un capolinea dinanzi al quale devi interrogarti, metterti in ricerca per poter prendere una responsabile posizione?” Queste sono domande non da credenti, ma da uomini (e donne) responsabili. E su queste certamente ogni membro della razza umana sarà interrogato, a suo tempo, da Dio. 
La seconda lettura offre la risposta cristiana a queste domande che interpellano - lo si badi ancora - prima e anzitutto l’umana intelligenza (il cupido ricco viene chiamato da Dio “stolto”, non “ateo o miscredente”): “se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, pensate alle cose di lassù non a quelle della terra” che sono effimere e fugaci. Chi ha conosciuto Gesù non vive più secondo i canoni del “vecchio uomo che appartiene alla terra” e che si preoccupa di godersela in tutte le forme possibili di idolatria, soprattutto quelle legate alla lussuria, alla cupidigia e all’avarizia. Il cristiano sa che questi sono beni ridicoli dinanzi a quelli eterni. E non solo ne usa con distacco e sa condividerli (con gioia, larghezza e abbondanza) con chi è privo del necessario, ma mai li antepone a ciò che è più grande; e che con la morte non solo non svanisce, ma inizierà ad essere goduto ancor più pienamente e perfettamente.

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