Cristo Gesù è venuto per salvare i peccatori

"La misericordia infinita di Dio non cessa di cercare l'uomo, creatura unica, preziosa e irripetibile chiamata a vivere in intima unione con Dio, di cui è figlio smarrito e perso a causa di grande ignoranza. La salvezza di Dio è potentemente sollecitata e mossa dalla preghiera di intercessione"



Ventiquattresima Domenica del Tempo ordinario, anno C, 15 Settembre 2019
Letture: Es 32, 7-11. 13-14; Sal 50; 1 Tm 1, 12-17; Lc 15, 1-32

“Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori, il primo dei quali sono io”. Queste splendide parole dell’apostolo delle genti, tratte dall’epistola dell’odierna liturgia domenicale, sono un’ottima introduzione al tema della ventiquattresima domenica del tempo ordinario dell’anno C, imperniato sull’importantissima, consolante, preziosa e al tempo stesso delicata verità della divina misericordia.
Il Vangelo presenta le tre parabole lucane della misericordia, l’ultima delle quali - la cosiddetta parabola del figliol prodigo o, se si preferisce, del padre misericordioso - esclusiva dell’evangelista Luca. La prima lettura presenta la grande preghiera di intercessione di Mosè alle falde del monte Sinai a favore del popolo di Israele, che si era macchiato del gravissimo peccato di idolatria incorrendo negli strali della divina collera che ne minacciava la distruzione. La seconda lettura, infine, è una splendida testimonianza dell’esperienza personale vissuta da san Paolo, grande predicatore della divina misericordia perché anzitutto e prima di tutto suo primo destinatario.
La parabola della pecorella smarrita ci ricorda il valore immenso e infinito che ogni persona umana ha agli occhi di Dio. Per Dio “uno vale tanto quanto novantanove” e ciò dipende dall’immenso, insostituibile ed unico valore che ogni anima ha agli occhi di Dio. La successiva parabola della moneta perduta accentua l’aspetto del valore intrinseco di ogni individuo della razza umana, mentre la celebre parabola del figlio prodigo mostra tutta la dinamica (anche psicologica) del processo di “perversione e conversione” dell’uomo. Come ben diceva san Tommaso d’Aquino, dietro la “perversio” dell’uomo - che ben si qualifica come “aversio a Deo” (allontanamento da Dio) e “conversio ad creaturas” (conversione alle creature) - c’è sempre una grande ignoranza, figlia di una ancor più grande illusione (menzognera): che si troverà la felicità in una vita di godimenti, vissuta a proprio piacimento, senza alcuna regola o riferimento soprannaturale e svincolati da ogni qualsivoglia rapporto con una qualche vera o presunta divinità (mai, peraltro, conosciuta e sperimentata come padre amorevole). Il rientro in sé avviene (sempre che la creatura non si ostini e non si indurisca) quando tutte le illusioni cadono e ci si ritrova disperati e umiliati in una vita orrida e senza senso. Comincia allora il “ritorno” (la “conversio ad Deum”) motivata dal riconoscimento del disastro combinato allontanandosi da Lui e dalla morte tragicamente e amaramente gustata nella sua dimensione più cupa, ossia quella interiore, spirituale ed esistenziale. Quando questo processo accade e la creatura accoglie le mozioni interiori (causate e provenienti da Dio) che lo generano, si ritroverà sempre dinanzi un padre buono pronto ad accoglierla a braccia spalancate, che anzi stava in attesa del suo ritorno non vedendo l’ora non solo di riabbracciarla e perdonarla, ma anche di renderla nuovamente partecipe della sua dignità (i sandali ai piedi), dei suoi beni (il vestito più bello) e della sua fiducia (l’anello al dito).
San Paolo ci ricorda che gli fu usata misericordia perché egli, che di fatto fu bestemmiatore, persecutore e violento, “agiva per ignoranza”, ossia credeva addirittura - dal suo erroneo punto di vista - di fare il bene e di perseguire la gloria di Dio, quando invece stava cercando di distruggere la nascente Chiesa di Cristo. Questo particolare ci ricorda l’importanza capitale (più che mai urgente in questi tempi) di curare la formazione della nostra coscienza, perché se è vero che dietro ogni peccato c’è sempre almeno una certa ignoranza, è anche vero che da essa si può e si deve uscire accogliendo la rivelazione delle divine verità, soprattutto quelle inerenti al bene e al male.
Mosè che intercede presso il suo popolo, infine, è una fin troppo chiara figura di Cristo. È Lui, infatti, il mediatore fra Dio e l’uomo, che ha ottenuto misericordia per l’intero genere umano, a prezzo di dolori immensi e di tutto il suo sangue. Questa considerazione deve spingerci non solo ad apprezzare infinitamente il dono della misericordia, ma anche insegnarci a non abusarne e a non darla sempre per scontata. La misericordia di Dio è, infatti, certamente infinita; meno lo è la divina pazienza qualora veda reiteratamente, proditoriamente o, peggio, beffardamente calpestata la sua bontà e misericordia. Essa è tutto amore per il peccatore sinceramente umiliato e pentito; è destinata tuttavia a convertirsi in rigorosa giustizia per chi di essa abusa, per chi la irride e per chi la usa come una sorta di autorizzazione ad aggiungere peccato a peccato. Perché rimane sempre vero che “solo uno spirito contrito è sacrificio a Dio” e che solo “un cuore contrito e affranto” può trovare presso di Lui misericordia.

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