Il paradosso del regno di Cristo

"Quando tutto sembra perduto, tutto comincia"



Omelia di Don Leonardo M. Pompei, solennità di Nostro Signore Gesù Cristo Re dell'universo, anno C
Letture: 2 Sam 5, 1-3; Sal 121; Col 1, 12-20; Lc 23, 35-43


La solennità di Cristo Re, come è noto, chiude il ciclo di ogni anno liturgico, avendo come ratio intrinseca quello di mostrare il compimento definitivo del piano salvifico di Dio: la piena signoria di Cristo su tutte le creature, evento che è iniziato con l’incarnazione, si è aperto a chiunque voglia accoglierlo con l’opera della redenzione, si stabilirà inevitabilmente, inesorabilmente e irreversibilmente con il compimento della storia nella parusia, dove tutti, volenti o nolenti, saranno sottomessi al dominio universale di Cristo, Signore del tempo, del mondo e della storia.
Il Vangelo di questo ciclo dell’anno liturgico presenta lo sconcertante paradosso delle singolari modalità di attuazione ed esercizio del regno che Gesù ha scelto, conformemente ai voleri dell’eterno del Padre, nella sua missione terrena e storica. Il trono di questo grandissimo e assai “inedito” Re non è d’oro, tempestato di brillanti e con un morbido sedile di prezioso velluto: è l’austerissimo legno della croce, elevato tra la terra e il Cielo, da cui il Re divino regna non vestito delle clamidi scarlatte che usavano gli imperatori romani ma di una veste composta dalla porpora del suo sangue vivo. In luogo di una splendida corona o prezioso diadema, ha una straziante corona di spine, in luogo di sudditi compostamente e riverentemente radunati intorno a lui ha una folla di motteggiatori irridenti, villani e odiosamente sarcastici, che si fanno beffe del potere divino (che non gli riconoscono), invitandolo a dimostrare il suo potere scendendo dalla croce. Solo un povero disgraziato, suo compagno di sventura, riuscì a vedere, proprio in quell’infinita pazienza, invincibile mitezza e ineguagliabile amore i tratti dell’unico vero Re, che dopo quell’intimo tormento avrebbe visto una gloria che più grande non potrebbe concepirsi e immaginarsi e nel cui regno supplicò - pur riconoscendosene indegno - di essere ammesso e a cui ben volentieri Gesù rispose promettendogliene l’ingresso in quello stesso giorno, in cui le porte di esso sarebbero state riaperte ai figli di Adamo. 
La prima lettura presenta l’unzione di Davide, che di Cristo e della sua regalità fu figura e anticipazione. Entrambe si compirono  pienamente in Gesù, che fu unto re non da mani di uomo ma con la divina unzione regale dello Spirito Santo per volere del Padre celeste. La seconda lettura, infine, è un autentico capolavoro teologico del grande apostolo delle genti, che in pochissime battute mostra e spiega il disegno divino di trasferire gli uomini (che avrebbero accolto Cristo) dal regno delle tenebre (o, se si preferisce, di satana e del peccato) al regno dell’amore e della luce, grazie al perdono dei peccati ottenuto dal Signore attraverso l’offerta sacrificale del suo sangue sulla Croce. A partire da questo primo importante punto di arrivo dei divini progetti e voleri, san Paolo risale alle origini, ossia a chi era il Verbo nella Santissima Trinità e come Egli sia, oltre che il primogenito della Creazione, Colui per mezzo del quale tutto è stato creato e tutto è costantemente mantenuto nell’essere. Colui che tutto ha pacificato col sangue versato sulla Croce è il Dio eterno vivo e vero, il principio della vita di ogni essere, ma anche il principio della nuova creazione inaugurata - come primizia santissima - dalla sua risurrezione. La sua regalità splende in modo del tutto singolare soprattutto sulla sua unica e santa Chiesa, di cui Egli è il mistico Capo ed in cui vive e contro la quale niente e nessuno potrà mai vincere o prevalere, pur subendo continue lotte, pressioni e devastazioni, orchestrate e dirette dal nemico dell’umana salvezza nel vano tentativo di distruggerla. Cristo già regna, in modo vero, anche se spesso misterioso e simile al modo in cui lo abbiamo visto regnare dal patibolo della Croce. Dandoci un grandissimo insegnamento: quando sembra che tutto sia perduto, comincia la riscossa, quando sembra incombere la sconfitta arriva la vittoria, quando sembra tutto finito in realtà tutto inizia, quando sembra tutto assurdo tutto si rivela perfettamente logico e lineare. Questa è la nostra fede e la nostra speranza e, quando tutto sarà compiuto e perfettamente svelato e compreso, ci rallegreremo infinitamente di averci fermamente creduto e di averci senza esitazione alcuna sperato e confidato.

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