La vita del mondo che verrà

"Crediamo realmente nella risurrezione della carne e nella vita eterna?"



Omelia di Don Leonardo Maria Pompei, XXXII Domenica del tempo ordinario, anno C
Letture: 2 Mac 7, 1-2. 9-14; Sal 16; 2 Ts 2,16-3,5; Lc 20, 27-38

Ogni Domenica, al termine del Credo, rinnoviamo la nostra fervente e fiduciosa attesa della “vita nel mondo che verrà”. È questo il tema al centro della trentaduesima del tempo ordinario del corrente anno liturgico, che considera tale prospettiva soprattuto nella sua definitiva e ultima manifestazione escatologica ossia la risurrezione della carne, che costituirà l’ultimo e definitivo atto salvifico di Dio all’interno della storia umana.
La prima lettura presenta lo splendido e memorabile passo del martirio dei sette fratelli ebrei (vissuti al tempo dei Maccabei), subìto per opera della spietata persecuzione antigiudaica condotta da Antioco Epifane IV (detto anche Mitridate), che governò (anche sulla Giudea) dal 175 a.C. alla sua morte (164 a.C.) e contro cui si scatenò la rivolta capeggiata prima da Mattatia (+ 165 a.C.) e poi dal leggendario Giuda Maccabeo (+ 160 a.C.), le cui vicende sono appunto narrate nel primo e nel secondo libro dei Maccabei. I sette fratelli vennero torturati e uccisi sotto gli occhi della madre (che fu l’ultima a subire il martirio) e morirono orgogliosi di dare la vita pur di non cedere di un millimetro alla fedeltà alla legge di Dio e professando la beata speranza di “riavere un giorno le membra disprezzate per amore delle Sue leggi”, dichiarando di essere “pronti a morire piuttosto che disprezzare le leggi dei Padri”, nella certezza che “dopo che saremo morti per le sue leggi, ci risusciterà a vita nuova ed eterna” e nella consapevolezza che la giustizia di Dio non avrebbe mancato di fare un giorno - quel giorno - giustizia dato che per gli empi “non ci sarà davvero risurrezione per la vita”, ma per la morte eterna.
La testimonianza eroica dei giovani ebrei, risuona nella polemica in cui i Sadducei trascinarono Gesù, vertente proprio sulla risurrezione della carne che essi - camminando fuori dell’ortodossia - negavano, adducendo peraltro motivazioni alquanto infantili (almeno nell’esempio evangelico) e pretestuose. Dalla provocazione dei Sadducei, tuttavia, Gesù trae occasione per affermare alcune importantissime verità, che devono essere oggetto di profonda meditazione da parte di ciascuno di noi: primo, che certamente ci sarà una vera e reale risurrezione dai morti, che coinvolgerà la totalità della persona umana, nella sua inscindibile dimensione di anima e corpo; secondo, che l’ingresso in tale stato beato, comporterà l’acquisizione dell’immortalità anche corporea; terzo, che ci sarà una sostanziale differenza rispetto ad alcune “cose di questo mondo”, che certamente non saranno più vissute nel modo in cui si vivono quaggiù (in particolare, il rapporto uomo donna, che escluderà - nel secolo futuro - ogni benché minima forma di esercizio di ciò che attiene alla sessualità e agli atti coniugali, come Gesù chiarissimamente fa intendere); quarto, che tale stato, conseguenza di una vera risurrezione, porterà a compimento perfetto quello status di “figli di Dio” che noi fin da ora possediamo ma non nel grado perfetto che raggiungeremo solo in quel giorno, l’ultimo, definitivo e tanto agognato “giorno senza tramonto”.
Tutto questo è parte integrante e sostanziale di quella “consolazione eterna e buona speranza”, che Dio ha voluto dare a tutti noi per mezzo di Cristo, come ci ricorda l’epistola. San Paolo ricorda anche che “non di tutti è la fede”. Non certo perché Dio non a tutti la dona, ma perché non tutti sanno custodirla, proteggerla, alimentarla, farla crescere e giungere alla statura adulta. Il confronto con queste verità di fede sulle cose ultime (che sempre più caratterizzeranno la liturgia di questi ultimi scorci dell’anno liturgico e ancor più dell’imminente tempo di Avvento) è un importante banco di prova per tastare lo stato della nostra fede. Queste cose ci sembrano fiabe per bambini o saremmo pronti, come i Maccabei, a farci torturare e uccidere per la serena e certa speranza che da esse sgorga? Al cuore di ciascuno, nel silenzio e davanti a Dio, spetta la risposta a tale quesito.

Commenti

  1. La Rissurezione e la vita eterna è il motivo dell essere Cristiani

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