Amate i vostri nemici e pregate per chi vi perseguita

"Siate perfetti, come perfetto è il Padre vostro celeste"



Omelia di Don Leonardo M. Pompei, VIII Domenica del tempo ordinario, anno A

Letture: Lv 19,1-2.17-18; Sal 102; 1 Cor 3,16-23; Mt 5,38-48


Con la liturgia di questa domenica si tocca senza alcun dubbio uno dei vertici degli insegnamenti di Gesù, si contempla una delle pagine più originali del santo Vangelo, si riceve una divina provocazione a sublimare, fino al massimo possibile, quel comandamento dell’amore su cui ruota tutta la vita morale dei credenti.
Il libro della Genesi, dopo la caduta dei progenitori, descrive il progressivo decadere e degradarsi di un’umanità sempre più impazzita verso le tenebre e l’abisso del non senso e del male. Dopo il diluvio e a partire da Abramo, Dio comincia la sua lenta, paziente, ma anche decisa opera di ricostruzione dell’uomo, che conosce uno dei vertici nella promulgazione dei dieci comandamenti. Il testo odierno del Levitico ci mostra la rinnovata chiamata alla santità che, dopo i grandi prodigi dell’Esodo e il dono del Decalogo, ormai poteva nuovamente essere rivolta ai membri del popolo di Dio: “Siate santi!”. E ne viene offerta la motivazione: “Perché io sono santo”. La radice etimologica del termine ebraico “santo” (“qaddòsh”) allude chiaramente a una “separazione”, meglio sarebbe dire “distinzione” tra chi è santo e chi non lo è. Dio è “separato” dagli uomini nel senso che è trascendente e al di sopra di ogni ente creato e ne è “distinto” per la perfezione assoluta che lo contraddistingue e con la quale opera. Il processo di formazione del popolo dell’antica alleanza fu proprio basato su questa “separazione” di un popolo da tutti gli altri popoli, perché il popolo di Dio potesse essere una sorta di faro e luce per tutti gli altri. Tale segno distintivo, nel progetto e nel volere di Dio, doveva significare un cominciare ad agire e operare fuori e al di là delle logiche del peccato e della morte: niente odio, niente vendette e niente rancori, ma amare il prossimo come se stessi. Probabilmente noi oggi, a circa tremila anni di distanza da tali parole (e dall’ambiente culturale in cui risuonarono) non ci rendiamo conto della portata realmente rivoluzionaria che esse significavano: un enorme freno alle passioni più comuni, più diffuse, più giustificate che aleggiavano (e tuttora aleggiano) nel cuore dei figli dell’uomo.
Circa un migliaio di anni dopo, Gesù venne a perfezionare e completare questo laborioso e rinnovato cammino di piena ricostruzione dell’uomo. Il precetto dell’amore veterotestamentario, infatti, doveva essere osservato nei confronti del “proprio fratello” o dei “figli del tuo popolo”, come chiaramente si legge nel testo della prima lettura. Quindi, nei confronti di chi era ad esso estraneo, poteva ritenersi lecito continuare ad applicare la legge del taglione o addirittura l’odio, specialmente nei confronti del proprio nemico. Con l’avvento di Gesù, tuttavia, queste limitazioni erano destinate a scomparire. Gesù bandisce totalmente e senza riserve la legge del taglione, che consentiva di rispondere al male subito ricambiandolo in misura proporzionata nel genere e nell’intensità. Gesù insegna che al male bisogna opporsi fermamente e risolutamente (non al malvagio), non rispondendo col male al male, ma ricambiando il male con il bene oppure prendendo su di sé il male ingiustamente ricevuto dal prossimo. Quello che ha insegnato, ovviamente, Gesù lo avrebbe ampiamente testimoniato con la vita, la Passione e la Morte. E i suoi discepoli non possono e non devono evitare di confrontarsi con tali esempi e tali insegnamenti, non cercando scappatoie o giustificazioni, ma prendendo atto della logica del Vangelo. Oltre che la vendetta, Gesù bandisce l’odio, che non è mai lecito sfogare nei confronti di nessuna creatura. L’amore al nemico, ovviamente, non è un sentimento, ma un atto della volontà che rinuncia a volere il male, desiderare il male, fare il male e parlare male di chi ci ha fatto del male. L’esempio fatto da Gesù concernente il saluto è quanto mai emblematico: nelle liti tra gli esseri umani una delle prime cose che accade è togliere il saluto. Ebbene, i discepoli di Gesù, il saluto non lo tolgono a nessuno. Se gli altri non ci salutano, non è cosa che è in nostro potere cambiare; il nostro non salutare gli altri invece sì. In realtà i cristiani non hanno propri nemici; ma solo persone che possano ritenerli tali. Per quanto sta nel nostro cuore, tutti devono essere compresi nell’amore, certamente a volte sofferente, ma sempre sollecito nel bene e mai incline a nessuna forma di male verso il prossimo.

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