La gloria di Dio è l'uomo vivente

“Dio ha a cuore la vita di grazia dell'uomo, perché solo essa lo salva dalla morte eterna, l’unica vera e grande sciagura”




Omelia di Don Leonardo M. Pompei, V Domenica di Quaresima, anno A
Letture: Ez 37, 12-14; Sal 129; Rm 8,8-11; Gv 11,1-45


“Eterno Padre, la tua gloria è l’uomo vivente; tu che hai manifestato la tua compassione nel pianto di Gesù per l’amico Lazzaro, guarda oggi l’afflizione della Chiesa che piange e prega per i suoi figli morti a causa del peccato, e con la forza del tuo Spirito richiamali alla vita nuova”.
Come sovente accade, l’orazione colletta propria della santa Messa festiva - in questo caso della quinta domenica di Quaresima dell’anno A - contiene una formidabile e significativa sintesi sia del messaggio fondamentale della liturgia della Parola, sia anche alcune profonde e suggestive chiavi di lettura per poterne ben comprendere il senso più importante e recondito.
Questa Domenica è imperniata sul grande miracolo della risurrezione di Lazzaro, il più strepitoso di quelli visibili operati da Gesù, il miracolo che chiude il ciclo dei “sette segni” su cui è strutturata la prima parte del quarto Vangelo e, paradossalmente e incredibilmente, quello che per la sua eclatanza e straordinarietà avrebbe segnato la condanna a morte del Signore, decretata da avversari che dinanzi a tanta evidenza potevano opporre solo il livore di un odio ingiustificato e di un’invidia quanto mai esecrabile. Significativamente la prima lettura, tratta dal profeta Ezechiele, evidenzia il dramma della morte a cui solo la futura e promessa risurrezione della carne porrà la parola “fine”, segnandone la sua sconfitta e la fine della sua tirannia. L’epistola paolina, dal canto suo, ci porta - nemmeno troppo velatamente - alla causa unica, vera e reale di quella che san Francesco chiamava “sorella nostra morte corporale” (“dalla quale nullo homo po’ scampare”…): il peccato. Quel peccato che rende il nostro corpo “morto” prima ancora che sopravvenga la morte fisica e che innesca la signoria e il dominio della “carne” per mezzo della quale si muore alla vita della grazia e si sperimenta la morte profonda, la morte dell’anima, la morte del cuore fin da questa vita. Se l’anima non venisse letteralmente uccisa a causa del peccato - soprattutto da quei “peccati della carne” che come la Vergine Santissima ricordò a suo tempo a Fatima costituiscono la causa più frequente e diffusa dell’eterna dannazione - nessuno avrebbe mai da piangere né la morte propria né quella delle persone più care.
Lazzaro, come è noto, era un amico di Gesù. Forse il suo migliore amico. Il nostro Dio e Signore Gesù Cristo ha voluto vivere nella sua vita terrena, insieme a tante tribolazioni e prove patite per la nostra salvezza, anche una delle cose più belle della vita umana, ossia una vera amicizia. Beata e fortunata l’anima di quest’uomo che ha avuto in sorte quella di avere Gesù come amico in modo non dissimile dalle vere amicizie umane. Gesù certamente soffrì per la malattia mortale del caro amico; possiamo presumere - dal senso del Vangelo - che gli sia costato non poco il non essere presente al suo capezzale, non intervenire con la guarigione prima che morisse, non consolare le sue affrante sorelle con la sua vicinanza. Tuttavia Gesù volutamente fece tutto questo, perché la risurrezione di Lazzaro - da quattro giorni nel sepolcro - doveva essere la prova ultima e suprema della sua vera divinità. E per questo attese. Vediamo Gesù scoppiare in pianto dinanzi alla tomba di Lazzaro. Perché pianse Gesù? Certamente anche per il dolore della perdita dell’amico; ma, stante a quanto abbiamo letto nella colletta, Gesù certamente ha visto in Lazzaro morto, nell’orrore dell’incipiente putrefazione di quelle membra, la sorte di tanti suoi fratelli morti (e spesso putrefatti) a causa del peccato; e come con la potenza della sua Parola richiamò Lazzaro a vita, così con la potenza del Suo Spirito, in forza della sua Passione e per il potere dei sacramenti (del Battesimo e della Penitenza) avrebbe richiamato innumerevoli morti dell’anima alla ritrovata e rinnovata vita di Grazia. E la Chiesa, unendosi a questo suo pianto, invoca con Lui e da Lui tale potenza dello Spirito per richiamarli alla vita nuova. 
L’uomo vivente, infatti, come disse sant’Ireneo (anch’esso citato nell’orazione colletta) è la gloria di Dio: ossia l’uomo in grazia, quello sul quale se purtroppo non cesserà di aver potere “sorella morte corporale” (come triste e ineluttabile conseguenza della colpa d’origine), non avrà nessun potere la morte eterna o, per chiudere sempre con san Francesco, colui al quale “la seconda morte non farà alcun male”.

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