L'eucaristia: vita ai buoni, morte agli empi

"Gesù ha istituito l'eucaristia per riempirci di Sè e darci il Paradiso anticipato in terra. Ma se ci si accosta ad essa senza le debite disposizioni, quel cibo divino diventa veleno mortale"


Don Leonardo M. Pompei, Solennità del Corpus Domini, anno A
Letture: Dt 8,2-3.14b-16a; Sal 147; 1 Cor 10,16-17; Gv 6,51-58

Con il cuore pieno di gioia e gratitudine la Chiesa in questa Domenica celebra la festa dell’eucaristia, offrendo il suo immenso e infinito tributo di gratitudine, amore, adorazione, ringraziamento e lode all’Altissimo per l’inestimabile dono ricevuto dal Signore Gesù con la più sublime delle sue invenzioni d’amore: la sua presenza viva, vera, reale e sostanziale nel Santissimo Sacramento dell’altare, nel Santissimo “Corpus Domini”. Ben a ragione la splendida sequenza dell’odierna solennità - composta (come tutte le orazioni della Messa e lo stesso Ufficio) da san Tommaso d’Aquino su richiesta esplicita del sommo Pontefice Urbano IV (che istituì la presente festa nel 1264 a seguito del celebre miracolo eucaristico di Bolsena) - a un certo punto esplode nel grido di giubilo: “Lode piena e risonante, gioia nobile e serena sgorghi oggi dallo spirito”.

Le letture dell’odierna celebrazione presentano la prefigurazione del celeste pane divino attraverso la manna con cui Dio sfamò il suo popolo durante la peregrinazione nel deserto. Che questa manna fosse immagine e figura dell’eucaristia lo affermò Gesù esplicitamente nel discorso alla sinagoga di Cafarnao di cui il brano evangelico rappresenta il cuore, con l’invito di Gesù a nutrirsi della sua carne e del suo sangue come condizione necessaria per avere in sé la vita. L’Apostolo, infine, nell’epistola ricorda sinteticamente il mistero del sangue versato e del corpo immolato che, tra le altre cose, sono fondamento, espressione e garanzia di unità di tutto il corpo ecclesiale.

Sappiamo bene che l’eucaristia è mistero dalla triplice connotazione: anzitutto attraverso il santissimo Sacramento Gesù rinnova misticamente e sacramentalmente, in modo vero anche se incruento, il suo sacrificio della Croce; con essa, inoltre, Egli adempie la promessa di rimanere sempre con noi attraverso la sua ininterrotta presenza nelle specie eucaristiche custodite nei nostri Tabernacoli; ed infine con l’eucaristia Egli dà all’anima il cibo spirituale necessario per rimanere viva, ossia per custodire ed accrescere sempre di più la grazia santificante, che è la vera vita delle nostre anime.

Bisogna tuttavia notare - anche esplicitando alcune doverose riflessioni inevitabili in quest’anno in cui abbiamo vissuto l’inedita esperienza di un forzato digiuno eucaristico e anche di una ripresa delle celebrazioni con modalità del tutto inusuali e per certi aspetti alquanto dolorose - che questo sacramento può essere vita o morte per l’anima, a seconda delle disposizioni con cui lo si riceve. La sequenza dell’odierna liturgia, infatti, ammonisce severamente: “Vanno i buoni, vanno gli empi; ma diversa ne è la sorte: vita o morte provoca. Vita ai buoni, morte agli empi: nella stessa comunione ben diverso è l’esito!”. 

Dovremmo aver tutti imparato dal catechismo che la prima condizione per accostarsi lecitamente alla santa comunione è l’essere in grazia di Dio. Ma, purtroppo, non si può non constatare che oggi, disgraziatamente, ci si confessa poco e generalmente assai male, mentre le file per la santa comunione sono sempre molto folte: il che lascia presumere che per non pochi si avverino i moniti del Dottore Angelico, ossia che il mistico cibo si tramuta - non certo per volontà del Signore ma per le cattive disposizioni del comunicando - in veleno mortale. Molti peraltro hanno dimenticato che la santa comunione, oltre che lecita deve essere anche fruttuosa, ossia essere messa in grado di produrre quegli immensi frutti di grazia e santità che il Santissimo Corpo del Signore contiene intrinsecamente in sé. Perché questo accada, si esige adeguata preparazione e congruo tempo di ringraziamento. Tuttavia, quanti fedeli arrivano alla santa Messa all’ultimo momento, o addirittura in ritardo (e quindi si accostano al sacramento senza alcuna adeguata preparazione)? Quanti, non appena il sacerdote dà la benedizione, si affrettano ad uscire dalla Chiesa (a volte addirittura prima del termine del canto finale) oppure trasformano il tempio di Dio in un salotto dove salutarsi, chiacchierare anche ad alta voce, senza nessun rispetto per la presenza di Dio in loro se stessi, per la sacralità della casa di Dio e (non ultimo) anche per quei pochissimi fedeli che si fermano a pregare e ringraziare ed hanno il sacrosanto diritto di farlo in santa pace? 

Personalmente ritengo che il recente “lock down” possa (e debba) essere inteso anche come un invito a riflettere su come abbiamo trattato l’eucaristia. Se, infatti, questo Sacramento contiene la presenza personale di Dio (come l’odierna solennità con forza celebra e proclama), del Santo dei santi, come mai si vedono pochi santi anche tra coloro che sono assidui alla santa comunione? È ovviamente una domanda retorica, ma la coscienza di ciascuno non deve sfuggire dal dovere di porsela e, davanti al Signore, verificare in verità il suo personale rapporto con Lui. Sia dal punto di vista delle disposizioni interiori che di quelle esteriori (meno importanti, ma tutt’altro che irrilevanti) con cui si accosta abitualmente all’eucaristia. E chiedere perdono e rettificare se qualcosa non ha funzionato. Lodarlo e ringraziarlo e proporsi di crescere sempre di più nell’amore, nell’adorazione e nel ringraziamento se già ha interiorizzato l’inestimabile grandezza di questo Sacramento, dandogli l’accoglienza e l’onore che gli sono assolutamente dovuti.


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