Quel che tutti cercano e quasi nessuno trova...

"Solo Gesù può dare pace e riposo a chi è affranto e sovraccaricato dai pesi e dagli affanni della vita"



Don Leonardo M. Pompei, XIV Domenica del tempo ordinario, anno A

Letture: Zc 9, 9-10; Sal 144; Rm 8, 9. 11-13; Mt 11, 25-30


Una delle più grandi aspirazioni dell’uomo - di ogni uomo di ogni tempo e di ogni luogo - è certamente quella di trovare almeno un poco di pace. La pace interiore, la tranquillità e la serenità è qualcosa che sicuramente sono in moltissimi a cercare, ma quasi nessuno riesce a sapere dove siano. La liturgia di questa quattordicesima domenica del tempo ordinario culmina nella promessa di Gesù di “dare ristoro” - meglio ancora sarebbe tradurre dal greco “dare riposo” - a coloro che sono stanchi e “sovraccaricati” da tante preoccupazioni, da tante pene, da tanti pensieri e agitazioni di ogni sorta. In altre parole a chi sente di “non farcela proprio più”, è giunto al punto di esautorazione ed esasperazione ed è alla disperata ricerca di un aiuto. 

Paradossalmente, il momento opportuno per scoprire che solo in Gesù è la salvezza unica e il rimedio definitivo a questo stato di profonda angoscia esistenziale arriva proprio quando un uomo si trova - non senza un misericordioso e sapiente piano della divina bontà - in queste disperate condizioni. Gesù, infatti, nella prima parte del Vangelo loda il Padre che “ha nascosto” queste cose ai sapienti ai dotti e le ha rivelate ai piccoli. Non è certamente una colpa in sé l’essere dotti o intelligenti; lo è invece - e preclude l’accesso alla conoscenza di Dio e della sua misericordia - il ritenersi autosufficienti, indipendenti e bisognosi di nulla a causa di tale condizione culturalmente, intellettualmente o socialmente elevata; e tale status ostativo all’incontro con la Divina Bontà cade solo quando l’uomo, per grande e sapiente che sia, viene prostrato nella polvere, atterrato da ogni piedistallo, ridimensionato nelle sue prometeiche manie di grandezza e deliri di onnipotenza. In verità Dio fa di tutto per “rimpicciolire” la prosopopea dell’uomo, ma non certo per godere della sua umiliazione o mortificazione, ma solo per poterlo mettere in condizione di essere riempito della vera grandezza e della vera potenza, che solo Lui possiede e solo Lui può dare.

È alla luce di tutto ciò che bisogna leggere il giubilante annuncio profetico della prima lettura, che invita Gerusalemme a rallegrarsi immensamente per l’arrivo del re che, proprio per indicare nella sua stessa persona e nel suo esempio la via privilegiata (anzi essenziale) per incontrarlo - ossia l’umiltà - si presenta e va incontro al suo popolo non con le livree mondane del fasto, dello sfoggio di potere o dell’ostentazione della gloria, ma nelle vesti dimesse di chi cavalca nemmeno un cavallo, ma l’assai più modesto asino, fin dai tempi antichi cavalcatura e sostegno della povera gente. È lui solo che ha il potere di far sparire carri e archi di guerra e portare la pace. Ossia distruggere tutto ciò che ci toglie la serenità del cuore e dell’animo: le guerre che noi combattiamo contro il prossimo (sia per interessi egoistici che per vere o presunte buone cause), quelle ancora più sciocche che combattiamo con l’Altissimo (tentando di piegarlo ai nostri voleri o presentandogli rimostranze e lamentele per le cose che non comprendiamo) sia quelle che altri muovono contro di noi o a ragion veduta (a causa dei nostri mal sopportati difetti) oppure (cosa più rara ma certamente possibile) per la nostra fedeltà e coerenza evangelica.

San Paolo sintetizza il doppio stato esistenziale in cui l’uomo può trovarsi in questo modo attraverso le immagini del “dominio della carne” e del “dominio dello spirito”. Il regno della carne è retto sul principio egoistico ed edonistico del “mi piace” o “non mi piace” e in base ad esso compie e fa compiere tutte le scelte di vita, con le inevitabili conseguenze (quanto meno di frustrazione) ogni volta che non si riesce a godere il bene che si desidera o ad evitare il male che si teme. Il regno dello “Spirito” è invece retto sul principio divino e agapico del dare e donare tutto se stesso, a Dio -  in risposta al suo dono totale e gratuito di sé che viene conosciuto, riconosciuto, accolto e ricambiato - e al prossimo in quanto oggetto dell’amore di Dio e quindi - sempre e comunque - anche dell’amore di chi Dio lo ama sul serio e non solo a parole e sentimenti. Da qui l’apodittica e inevitabile conclusione: se si vive secondo la carne si va incontro alla morte, ossia ad una vita il cui esito è la frustrazione, il non senso e la disperazione; se si vive secondo lo Spirito si gusta la vita vera, si vive nella gioia, si trova e si sperimenta, anche in questa vita, quella pace che tutti cercano ma che quasi nessuno trova.

Commenti

Post popolari in questo blog

Il diavolo esiste e può portarci alla dannazione

Il paradosso del regno di Cristo

Le vie di Dio sono inimmaginabili