Quale accoglienza a Gesù che viene?

"La forza e la potenza dell’unico e vero Dominatore sono spesso condannate alla quasi
 totale inoperatività a causa del libero arbitrio di quegli uomini 
che non vogliono riconoscere in Gesù l'unico Salvatore"




Omelia di Don Leonardo M. Pompei, quarta domenica di Avvento, anno A
Letture: Is 7,10-14; Sal 23; Rm 1,1-7; Mt 1,18-24

Le letture della quarta domenica di Avvento si collocano nel vivo svolgimento della novena di Natale, ossia quei giorni in cui la Chiesa invita i suoi figli a volgere più attentamente lo sguardo alla memoria viva e feconda di quell’adorabile mistero di degnazione, di infinita umiltà e immenso amore che fu la nascita tra gli uomini del Verbo fatto carne. Tutte convergono alla celebrazione e contemplazione di questo evento, formando una celeste sinfonia a cui ognuna di esse apporta il proprio specifico tocco e carattere.

Isaia ci spinge a volgere l’attenzione anzitutto alla creatura che col suo “sì” ha reso possibile il grande mistero che celebriamo: la Vergine, che avrebbe concepito e partorito l’Emmanuele, ossia il “Dio con noi” per antonomasia, perché a più grande unione quale quella realizzata con l’incarnazione sembra impossibile che perfino Dio stesso si potesse spingere. È veramente “Dio con noi” perché la natura umana di Gesù unita alla sua persona divina segna una scelta irreversibile: da quel certo momento della storia, la seconda persona della Santissima Trinità ha, almeno secondo il nostro modo di pensare, intendere e comprendere, un “altro modo” di sussistenza (assieme a quello divino ed eterno che, evidentemente, conservò pienamente integro e completo), ossia quello umano. Il Verbo ha condiviso in tutto eccetto il peccato la nostra natura umana, come ci ricorda la splendida preghiera eucaristica IV e tale unione è irreversibile e inscindibile. Quale onore più grande potevamo ricevere? Quale attestato di amore più sublime e credibile? Quale regalo più bello poteva farci nostro Signore?

San Paolo, nello splendido incipit della lettera ai Romani ci ricorda, ancora con estremo realismo, che “il Vangelo di Dio” da lui infaticabilmente e indefessamente annunciato fu promesso nelle sacre scritture e promulgato da Colui che realmente “nacque dal seme di Davide secondo la carne” e, pur essendo Dio per natura, fu glorificato attraverso la risurrezione anche nella natura umana, con la quale compì perfettamente e in tutto la volontà del Padre e operò, in modo mirabile, la nostra redenzione. A Lui è dovuta, ieri come oggi (e sempre), “l’obbedienza della fede”, ossia l’adesione totale a ciò che ha detto e insegnato e una conseguente vita perfettamente aderente ai dettami evangelici e coerente con essi.
La liturgia di questa Domenica si chiude e, in un certo senso culmina, nel terzo protagonista degli eventi di questi giorni, certamente il meno grande e il meno importante, ma che dà il suo tocco peculiare e proprio alla divina armonia del Natale. Il “savio Giuseppe” è chiamato nello splendido inno “Akathistos”, uomo del silenzio operoso, uomo santo che davvero ci insegna a fare poche chiacchiere e molti fatti, dal momento che i Vangeli parlano di lui, mostrano le sue sante opere (soprattutto quella, mai sufficiente compresa e celebrata, di superare con mirabile prudenza l’enorme scacco apparentemente inspiegabile della gravidanza della sua promessa sposa), ma non ci consegnano neppure una sua parola. Nei Vangeli Gesù certamente parla (ma dopo trent’anni di vita nascosta e per soli tre anni); ma lo fa sempre e solo per dire cose utili, necessarie, opportune e giovevoli alla nostra salvezza. Maria santissima parla assai poco, davvero lo stretto necessario per poi restare ammantata dal suo santo silenzio; san Giuseppe non parla proprio per niente, almeno con la voce. Ma tutti e tre hanno eloquentemente parlato con la vita, ossia con opere degne più che mai dell’Altissimo, tutte sempre e comunque volte alla sua massima gloria, alla salvezza delle anime, e intrise delle più grandi e alte virtù. Impariamo molto da questi santi silenzi, non solo a fare più e meglio silenzio nei nostri cuori, ma anche a fare attenzione a quel che diciamo; ma soprattutto a parlare eloquentemente col silenzio di una vera, irreprensibile e autentica santità. Che parla assai, senza proferire suono o parola. E, soprattutto, parla sempre a proposito.

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